La nevralgia trigeminale costituisce una voce importante nel complesso insieme dei dolori facciali. Pur costituendo una patologia rara, essa può diventare fonte di misdiagnosi rispetto ad algie di origine propriamente dentale.

Il decorso è quello di una patologia ricorrente, che si caratterizza per la comparsa di manifestazioni dolorifiche lancinanti, solitamente derivanti da stimolazioni meccaniche anche leggere (bere, masticare, rasarsi, truccarsi). Gli episodi consistono in “scosse elettriche”, di durata variabile da alcuni secondi a un minuto, in corrispondenza di una o più branche del quinto paio di nervi cranici, il trigemino appunto. A esse seguono periodi di refrattarietà, in cui è impossibile l’insorgenza di recidive.

Le zone trigger sono comunemente guancia, naso, labbro superiore e denti superiori; secondariamente, labbro inferiore, denti inferiori e mento.

La diagnosi è primariamente clinica. Dal punto di vista terapeutico, sono state proposte diverse opzioni, anche estremamente diverse tra loro: iniezioni di alcol, fenolo o glicerolo, neurectomia periferica trigeminale, rizotomia, compressione radicolare con palloncino, crioterapia, radiochirurgia stereotassica mediante gamma-knife, decompressione microvascolare. Un precedente lavoro considerato su queste pagine ha valutato l’impiego dell’anestesia locale nel controllo della patologia. Più recentemente, Kheirallah e Ozzo hanno considerato e confrontato due delle metodiche precedentemente citate: neurolisi con alcool etilico e criochirurgia. Entrambe sono considerate terapie sicure ed efficaci, a fronte di costi biologici accettabili.

Lo studio retrospettivo ha considerato un campione di 108 pazienti, 72 dei quali di sesso femminile, di età media pari a 56 anni, trattati e sottoposti a follow-up per un periodo minimo di 5 anni. 45 pazienti (pari al 41,7% del campione) riportavano dolore al nervo infraorbitale e 63 (58,3%) al nervo alveolare inferiore. Il lato più colpito risulta essere il destro, con 61 (56,5%) casi: questo dato è in accordo con altri studi. Gli autori supportano la teoria secondo cui la causa sarebbe da addurre ai minori diametri dei forami rotondo e ovale destri. Nessuno dei casi, in effetti, riportava interessamento della branca oftalmica. Solo 6 pazienti (5,6%) riportavano dolore bilaterale.

La maggior parte dei pazienti, 63, pari al 58.3% del campione, è stata sottoposta a criochirurgia, i restanti 45 (41.7%) a blocco nervoso con alcool. La prima terapia prevede una serie di cicli che portano al congelamento del nervo, alla temperatura di -120°C. La seconda prevede l’iniezione di 1 cc di alcool etilico al 70% direttamente a livello della branca coinvolta.

Lo studio attesta i vantaggi significativi, in termini di durata del periodo di sollievo, a favore del blocco nervoso con alcool. Questa metodica, comunque, viene indicata dagli autori come procedura “di salvataggio”, da adottare nei casi di refrattarietà farmacologica e in presenza di controindicazioni legate al paziente, compresa la mancata volontà di intraprendere un percorso farmacologico prima che neurochirurgico.

Riferimenti bibliografici

https://onlinelibrary-wiley-com.pros.lib.unimi.it:2050/doi/epdf/10.1111/ors.12475

 

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