Gli anestetici locali utilizzati in ambito odontoiatrico appartengono tutti alla classe degli ammino-amidi: si tratta di farmaci normalmente ben tollerati e soggetti a un rischio contenuto di effetti indesiderati. Si prestano pertanto al largo uso che se ne fa, anche in virtù del fatto che si tratta di farmaci generalmente efficaci.

D’altra parte, è difficile pensare a un trattamento farmacologico efficace nel 100% dei casi: nel caso dell’anestesia locale a livello del distretto stomatognatico, le evidenze scientifiche e anche le indicazioni empiriche che i clinici ben conoscono inducono a riflettere sulle possibili cause di insuccesso.

 

A livello della mascella, dove nella maggior parte dei casi si impiegano infiltrazioni di tipo plessico (singole o multiple nel caso si debba intervenire su più elementi dentari) il success rate è tendenzialmente molto alto per tutte le tecniche. Nel caso dei trattamenti condotti sull’arcata inferiore (e, in particolare, in sede posteriore), al contrario, si rende sistematicamente necessaria un’anestesia tronculare. La tecnica tradizionale, denominata blocco alveolare inferiore (inferior alveolar nerve block), pur essendo tuttora la più comunemente impiegata, viene dalla maggior parte degli autori come una delle procedure potenzialmente più frustranti dell’ambito clinico, con un tasso di successo che, secondo alcuni studi, non supererebbe il 75-80%.

Tale problematica e anche la discrepanza rispetto al mascellare superiore sarebbero innanzitutto da correlare con la differenza morfologica: la mandibola presenta infatti una corticale più spessa e densa, in grado di ostacolare la diffusione della soluzione anestetica nell’osso midollare. Una ragione secondaria è rappresentata dalla variabilità anatomica che può interessare la branca mandibolare del nervo trigemino.

 

Ripartendo dalle considerazioni iniziali della presente trattazione, Nelly Badr e Johan Aps si sono proposti di indagare se e in che misura il successo dell’anestesia locale odontoiatrica sia correlato alla molecola farmacologica, indipendentemente dagli aspetti anatomici.

Gli autori hanno condotto una revisione della letteratura che ha considerato un totale di 30 studi scientifici, screenati da un pool di 79 full text selezionati dalla principale banca dati medico-scientifica e rappresentativi del periodo 2008-2018.

L’articaina risulta essere la molecola amidica più spesso (13 studi in vivo e 4 revisioni) indicata come maggiormente efficace. 11 sono invece gli studi che hanno effettuato un confronto fra due diverse molecole senza ritrovare differenze significative in termini di efficacia ma riferendo un incremento significativo alla somministrazione di un volume elevato (che cioè eccedesse la singola tubofiala).

Non sono invece riferiti aumenti dell’efficacia conseguenti all’aumento della concentrazione del vasocostrittore, eccezion fatta per quanto riferito da un singolo studio, il quale ha però considerato la poco diffusa clonidina (abbinata alla lidocaina) e non l’adrenalina. Indicazioni analoghe sono correlati all’impiego di altri additivi come meperidina e mannitolo.

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