Gli anestetici locali a uso odontoiatrico costituiscono una particolarità in ambito farmacologico, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui sono disponibili alla somministrazione. Vengono infatti comunemente commercializzati nella forma della tubofiala, la quale contiene una quantità predeterminata di molecola farmacologicamente attiva disciolta in una quota precisa (dunque, a una specifica concentrazione) di soluzione acquosa. Questo formato è vantaggioso, perché permette al clinico di ragionare empiricamente in termini di numero di tubofiale, anziché di dosaggio e, inoltre, risulta pratico, in quanto non particolarmente esigente. I produttori raccomandano generalmente la conservazione al riparo dalla luce e a temperatura ambiente, comunque non al di sopra dei 25°C. Ne consegue, pertanto, che la temperatura di somministrazione sia comunemente prossima a quella ambientale.

Da diversi anni, gli autori dibattono, invero con risultati non sempre soddisfacenti, sulla possibilità di ridurre il fastidio correlato all’infiltrazione anestetica tramite il riscaldamento della soluzione. Questa sarebbe da portare a una temperatura prossima a quella corporea (37°C) o, secondo altri, al di sopra del range fisiologico (tra i 37 e i 42°C). il lavoro più recente analizzato su queste pagine, quello di Aravena del 2018, ha valutato positivamente questa seconda opzione.

Più recentemente, lo studio di Gümüş e Aydinbelge, pubblicato su Clinical Oral Investigations, si è proposto di riconsiderare il valore più prossimo a quello fisiologico, forse più facilmente attuabile nella pratica clinica.

L’indagine è stata condotta mediante un disegno split-mouth e ha coinvolto un totale di 100 pazienti di età compresa tra i 5 e gli 8 anni, forse la più critica per quanto concerne il dolore durante l’iniezione e l’ansia dentale.

Il tipo di disegno si basa sul fatto che ogni paziente funga sia da caso che da controllo. È stata effettuata anche una procedura di randomizzazione: per ciascun paziente sono stati sorteggiati sia il lato della bocca sia la temperatura della soluzione da cui iniziare la sperimentazione.

Le tubofiale sono state sottoposte a riscaldamento in uno strumento normalmente utilizzato per i compositi. Al fine di standardizzare la procedura, anche la temperatura ambientale è stata fissata: in questo caso, infatti, le tubofiale sono state immerse, per i 30 minuti precedenti la somministrazione, in un bagno di acqua a 21°C. Per il resto, i due interventi sono stati del tutto analoghi.

La risposta dolorifica del paziente, data l’età, non è stata valutata tramite scala visuo-analogica (VAS) ma con la scala Face, Legs, Arms, Cry, and Consolability (FLACC). L’analisi statistica ha evidenziato un dato significativamente vantaggioso per la somministrazione di anestetico a 37°C.

In conclusione, lo studio ripropone la possibilità di mitigare il fastidio durante l’iniezione anestetica mediante il riscaldamento della soluzione alla temperatura corporea. Questa semplice metodica, peraltro, ha il vantaggio di poter essere compatibile con altre opzioni, sia psicologiche (distrazione), sia tecnologiche, come la somministrazione computer-guidata CCLAD.

Riferimenti bibliografici

https://www.thewand.com/riscaldamento-della-soluzione-anestetica-2/

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31650314/

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