L’anestesia locale per via iniettiva è una fase operativa spesso spiacevole per il paziente e, dal punto di vista del clinico, condizionata da una certa variabilità in termini di tasso di successo. In linea di massima, però, si tratta di una procedura scevra da complicanze di rilievo. Ciò non toglie che possano essere contemplate alcune condizioni rare, collegate con l’anestesia e potenzialmente severe. Tra queste ultime si annovera l’ulcerazione dei tessuti molli in corrispondenza del sito iniettivo. Si tratta di un’evenienza documentata in letteratura anche nel periodo recente, nonostante la comparsa di formulazioni anestetiche assai meno irritanti. La condizione è collegata principalmente alla somministrazione rapida di anestetici locali con vasocostrittore. L’area anatomica maggiormente esposta a tale complicanza, all’interno del cavo orale, è il palato duro, per fattori di tipo anatomico – la stretta adesione al tavolato osseo sottostante obbliga spesso a una penetrazione più traumatica e a una pressione iniettiva maggiore al fine di rilasciare la soluzione anestetica – e non solo. Possono aggiungersi infatti elementi quali un insufficiente supporto ematico, ritardo nella guarigione legato a diabete mellito o slatentizzazione di forme herpetiche in grado di favorire la degenerazione ulcerativa, come anche aftosi ricorrente. Concentrandosi su quest’ultimo caso, va ricordato come una singola lesione ulcerativa che persiste oltre i 20 giorni va in contrasto con la diagnosi di aftosi ricorrente.

Come si manifesta questa rara complicanza da anestetico locale

Da punto di vista clinico, la complicanza tende a manifestarsi a distanza di diversi giorni dall’intervento. L’aspetto è quello dell’ulcerazione, spesso anche piuttosto profonda e con margini delineati. Nella maggior parte dei casi si assiste a guarigione spontanea con riepitelizzazione completa, anche se frequentemente protratta nel tempo – mediamente nel giro di 8-10 giorni. Ecco dunque che la lesione richiede curettage chirurgico in assenza di remissione oltre questo ragionevole termine di attesa. Gli episodi di recidiva, allo stesso modo, sono infrequenti ma possibili e sembrano essere associati all’impiego del vasocostrittore. Il vasocostrittore può infatti ridurre l’ossigenazione del tessuto a vantaggio di alcuni metaboliti tossici. In più, il tessuto ischemico viene ulteriormente acidificato dalla soluzione somministrata, dato che il contenuto della tubofiala viene mantenuto a pH debolmente acido proprio per preservare il vasocostrittore.

In linea di massima, dunque, il trattamento di queste rare condizioni è solitamente conservativo. Nella maggior parte dei casi, ci si limita a osservare la remissione dell’ulcera, prescrivendo antisettici in collutorio o gel e/o paste emollienti a somministrazione topica. Al bisogno, possono essere indicati anche farmaci antidolorifici per via orale. In questi pazienti, nel caso di una futura somministrazione palatale, l’impiego del vasocostrittore viene sconsigliato.

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