Le encefaline sono un famiglia di molecole inclusa nel più ampio complesso degli oppioidi endogeni, neuropeptidi capaci di legare i recettori degli oppioidi. Esse esprimono un’azione analgesica superiore a quella della morfina ma molto rapida, in quanto vengono degradate da peptidasi localizzate in prossimità degli stessi recettori.

L’opiorfina costituisce a sua volta un oppioide endogeno di più recente scoperta, dotato di un potente effetto antidolorifico derivante dalla capacità di interferire con la degradazione delle endorfine, come detto principale limitazione all’azione delle stesse.

Tale scoperte, come anche quelle di numerosi altri meccanismi di regolazione dell’attività delle encefaline (appunto attraverso il blocco della loro degradazione) hanno suscitato un grande interesse per queste molecole, intese come “anestetici fisiologici”. L’opiorfina, poi, presente la peculiarità di concentrarsi fortemente a livello salivare. Ciò la rende un biomarcatore con un potenziale interesse in ambito odontostomatologico.

Un primo lavoro del 2017 (Ozdogan e colleghi, Archives of Oral Biology) si propone di valutare la correlazione tra i livelli di opiorfina in pazienti esposti a due importanti condizioni di patologia odontogena. Nella fattispecie, lo studio ha coinvolto un totale di e 15 casi di pulpite acuta irreversibile e 24 casi di parodontite apicale sintomatica. Sono stati valutati i campioni relativi al momento della diagnosi, ossia in fase di dolore attivo, e in due diverse fasi post-trattamento endodontico: a 7 giorni (assenza di dolore, in corso di guarigione) e a 30 giorni (assenza di dolore, guarito). L’analisi ha evidenziato dei livelli preoperatori di opiorfina significativamente più elevati nei pazienti affetti da pulpite irreversibile. Ciò indicherebbe l’opiorfina come un marcatore di infiammazione pulpare, fortemente correlato al dolore riferito.

Nello stesso anno, il gruppo di Parida ha presentato (Journal of Stomatology, Oral and Maxillofacial Surgery) un studio volto a valutare la risposta all’anestesia locale attraverso la valutazione dell’andamento degli stessi livelli salivari di opiorfina.

Il lavoro ha coinvolto un totale di 144 pazienti, equamente divisi in 4 gruppi a seconda del tipo di metodica anestetica condotta (blocco nervoso alveolare inferiore, infiltrazione locale, blocco nervoso infraorbitario e blocco nervoso posteriore superiore). Ogni gruppo è stato diviso in 3 sottogruppi sulla base della molecola utilizzata (lidocaina, articaina e bupivacaina). In questo caso le indicazioni di variazione dei livelli di opiorfina non sono supportati da significatività statistica. Ciò potrebbe essere correlato dalla varietà di tecniche e molecole indagate: gli autori si propongono pertanto di attuare indagini maggiormente circoscritte.

In ultima analisi, lo studio di Salarić, sempre del 2017, ha considerato i livelli salivari di opiorfina nel contesto di un quadro di dolore cronico di difficile lettura diagnostica e di interesse odontostomatologico: la burning mouth syndrome.

 

In conclusione, indagini di questo tipo appaiono evidentemente utili ai fini della comprensione dei meccanismi fisiologici – della nocicezione in questo caso – ma, in prospettiva, dimostrano anche un potenziale clinico. In un prossimo futuro, infatti, sarà possibile adeguare la terapia alle esigenze del singolo paziente anche sulla base dello studio molecolare dei campioni biologici raccolti: per la sua facile reperibilità, la saliva risulta in tal senso uno dei più indicati.

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