L’effettuazione di un’anestesia plessica secondo tecnica convenzionale, a livello del mascellare superiore, prevede sostanzialmente un’infiltrazione paraperiostale in corrispondenza del fornice presso l’elemento dentale interessato. Nel caso di trattamenti invasivi e pertanto potenzialmente molto dolorosi, alla somministrazione vestibolare ne viene addizionata una seconda nella corrispondenza del versante palatino. La maggiore densità dei tessuti fa sì che l’iniezione risulti invariabilmente dolorosa, comunque in misura maggiore rispetto a quella praticata nel fornice.

Un precedente lavoro ha considerato anche la necrosi palatina come una complicanza possibile, per quanto estremamente rara, dell’infiltrazione locale.

Sono state proposte diverse misure preventive del dolore: deposizione lenta del liquido; applicazione di anestetico topico a dosaggio aumentato: la compattezza dei tessuti molli, saldamente adesi al periostio, ne complica infatti la diffusione; impiego di metodiche alternative di somministrazione; applicazione di uno stimolo pressorio, vibratorio o addirittura della TENS.

E’ possibile evitare l’infiltrazione palatina

Alcuni Autori hanno suggerito un razionale operativo differente, che consiste semplicemente nell’evitare la somministrazione palatale, limitandosi a quella vestibolare. Viene anche consigliato di attendere un periodo di 5-8 minuti prima di procedere, al fine di favorire la diffusione del farmaco fino alla regione palatina.

Partendo da questi presupposti, lo studio di Khan del 2016 si propone di valutare se questo protocollo sia sempre proponibile o se, in caso contrario, vi siano casi in cui, nella tecnica convenzionale di anestesia locale, sia indispensabile il ricorso alla somministrazione palatina. Nello specifico, la verifica viene effettuata ai fini dell’intervento potenzialmente massimamente doloroso, l’estrazione di un elemento dentale.

Lo studio non prevede naturalmente un confronto diretto tra pazienti trattati con o senza infiltrazione palatina, ma si configura come RCT caso-controllo con placebo. Il paziente veniva inizialmente trattato con anestetico locale somministrato sul lato vestibolare e l’effetto verificato tramite sondaggio intrasulculare a partire dai 5 minuti successivi e fino ai 10. Se oltre i 10 minuti permaneva uno stimolo dolorifico, veniva effettuata una somministrazione palatina di anestetico locale o di soluzione fisiologica, rispettivamente nei controlli e nei casi. A questo punto l’intervento poteva iniziare: qualora il paziente avesse riferito una sintomatologia dolorifica, sarebbe stato fornito un rinforzo di anestetico e il caso sarebbe stato considerato come fallimento. Al contrario, il successo corrispondeva all’estrazione senza ulteriori somministrazioni.

I risultati riportano una differenza statisticamente significativa del tasso di successo a favore del gruppo controllo. Per quanto questi dati risentano della scelta della lidocaina come molecola anestetica e della dipendenza dall’operatore, essi dimostrano ragionevolmente che quantomeno in alcuni casi la sola tecnica vestibolare possa non essere sufficiente. Ci si dovrà pertanto orientare sulle misure atte a contenere il dolore sul palato o sperimentare protocolli operativi ancora diversi.

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