Il dente necrotico e, a maggior ragione, quello precedentemente trattato endodonticamente, difettano per definizione delle fibre nervose pulpari: dal punto di vista teorico, eseguire una procedura volta all’ottenimento di un’anestesia “pulpare” appare come un controsenso.

Nella terapia endodontica del dente necrotico, la prassi clinica e la conoscenza dell’andamento progressivo dell’infiammazione tissutale spingono, in realtà, a eseguire spesso l’infiltrazione anestetica, pur in assenza di risposta positiva da parte della polpa camerale, nel timore che possano essere rimasti dei residui pulpari vitali in sede canalare.

Nello stesso dente necrotico e anche nel ritrattamento del dente precedentemente devitalizzato (privo di polpa residuale ma in stato di sofferenza apicale), esiste poi il rischio di stimolazione dolorifica conseguente a invasione accidentale dello spazio periapicale in fase di negoziazione o strumentazione dei canali radicolari.

In letteratura vi è ampia concordanza sull’indicazione a terminare il trattamento canalare (root canal treatment) in corrispondenza della costrizione apicale e nel definire il rilevatore apicale elettronico come lo strumento più predicibile e affidabile (accuratezza compresa fra 80 e 90%) strumento nella determinazione della lunghezza di lavoro.

Su queste basi, alcuni autori hanno messo in discussione l’indicazione universale alla somministrazione dell’anestesia locale nel dente necrotico o già endodonticamente trattato.

Un riscontro clinico particolarmente interessante sul tema in esame è quello fornito dallo studio di Kfir, pubblicato nel 2017 su International Endodontic Journal. Il lavoro ha valutato in vivo la lunghezza elettronica (electronic length), ovvero quella determinata dal rilevatore, confrontandola con la lunghezza periontale (periodontal length) ovvero quella a cui corrisponde la prima sensazione riferita di contatto con il tessuto periapicale. La lunghezza di lavoro è stata invece fissata dagli sperimentatori a 0.5 meno di quella elettronica.

La lunghezza periodontale è risultata superiore a quella elettronica nel 96% degli 80 canali radicolari valutati (equamente distribuiti tra elementi necrotici e in corso di ritrattamento, in entrambi i casi in presenza di lesione periapicale). La differenza media fra le due lunghezze è pari a 0.63 (±0.15) e 0.78 (±0.11) mm, rispettivamente nei casi di necrosi e ritrattamento, in nessuno dei quali è stata valutata come statisticamente significativa. In nessuno dei casi il paziente ha riferito un effettivo sintomo dolorifico.

In conclusione, gli autori hanno interpretato questi risultati sul piano clinico come supporto alla possibilità di evitare la somministrazione anestetica nel dente necrotico o in caso di ritrattamento, possibilità questa subordinata all’impiego del rilevatore apicale elettronico.

Quantomeno, essi ritengono scorretto equiparare il sintomo dolorifico connesso alla strumentazione alla necessità di posizionamento indolore dell’uncino da diga o alle richieste del paziente. D’altra parte, è bene ricordare che la procedura iniettiva in sè ha dei costi biologici, legati più al discomfort della tecnica convenzionale che agli aspetti farmacologici.

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