L’applicazione dell’anestesia generale in odontoiatria, e in modo particolare nel contesto della chirurgia estrattiva del terzo molare, stando alla mole di studi clinici disponibili nella Letteratura scientifica: per dare un’idea, sul database Scopus sono indicizzati più di 800 elementi di ambito dentale contenenti il termine “general anesthesia” nel titolo.

L’approccio clinico al paziente dovrebbe essere guidato dalle evidenze scientifiche; nella pratica clinica, tuttavia, è normale che anche l’aspetto empirico abbia un ruolo nel processo decisionale. Da questo deriva un orientamento diverso, su base regionale, nei confronti dell’anestesia generale stessa.

Si consideri poi come qualsiasi trattamento farmacologico, a maggior ragione se impegnativo in termini biologici (per il paziente) e di risorse umane (se si richiede, ad esempio, la presenza di uno specialista qualificato, un anestesista nel caso in oggetto), debba essere supportato dalla valutazione del rapporto costi/benefici.

Tra le variabili da considerare deve essere certamente contemplato il quadro di compenso del paziente, con riferimento all’anamnesi medica generale e alle reali necessità dettate dallo stato dell’organo masticatorio, la sua compliance (i trattamenti odontoiatrici sono spesso trigger di fobie specifiche) e, oltre ad esse, i vantaggi derivanti da una scelta a discapito di un’altra. Questa trattazione prende in considerazione un’indicatore di questo ultimo aspetto, ovvero l’insorgenza di complicanze, chiedendo come il passaggio da un regime di anestesia locale a uno di anestesia generale possa incidere su di esse.

A tale proposito, Beteramia ha recentemente pubblicato su Oral Surgery uno studio che ha considerato in via retrospettiva un totale di 277 casi estrattivi di terzi molari inclusi, 130 casi condotti in regime di anestesia locale e i restanti 147 in anestesia generale, per un totale di 523 elementi estratti 239 e 284 rispettivamente. Sono state registrate, complessivamente, 20 complicanze (pari al 3.8% dei siti trattati), peraltro sbilanciate, anche se non significativamente, a favore dell’anestesia locale (9 casi contro 11, di cui 7 infezioni contro 1). L’unica differenza significativa risulta effettivamente favorevole all’anestesia generale, ma riguarda solo 5 casi di osteite alveolare, comunque tutti registrati nel gruppo anestesia locale.

In conclusione, si può constatare come, almeno per quanto riguarda la riduzione delle complicanze, l’anestesia generale nella chirurgia del terzo molare sembrerebbe supportabile a fatica come prima linea di approccio, anche a fronte di casi di inclusione complessa in pazienti non collaboranti. Può essere raccomandata l’implementazione di regimi anestesiologici intermedi, come ad esempio la sedazione cosciente, o l’applicazione di tecniche volte a minimizzare gli stimoli ansiosi e il discomfort legati alla tecnica iniettiva convenzionale di anestesia locale.

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