Queste pagine si sono ampiamente spese nella trattazione dell’ansia dentale, che costituisce una ben definita entità clinica in grado di compromettere la messa in pratica di un piano di cura odontoiatrico e che può manifestarsi nell’adulto ma ha un particolare impatto sul paziente pediatrico.

Al fine di prevenire o affrontare l’ansia legata ai trattamenti dentali, gli autori propongono di adottare un protocollo scalare. Alla base, un approccio comportamentale, universalmente raccomandato, al fine di mettere a proprio agio il soggetto. In presenza di quadri più complessi, se non di comportamenti francamente non gestibili, è possibile affiancare metodiche ansiolitiche via via più impegnative, dalla sedazione cosciente inalatoria, fino ad arrivare al vertice rappresentato dall’anestesia generale.

Si affronti ora questo stesso tema, considerando però il punto di vista del caregiver. Al Qhtani e Pani, in un articolo recentemente pubblicato su European Journal of Paediatric Dentistry, si sono domandati se vi fosse corrispondenza tra la gestione dell’ansia nel piccolo paziente e il quadro emotivo del genitore dello stesso. In altre parole, gli autori hanno condotto un articolo al fine di valutare l’ansia dei genitori durante la messa in atto di piani di cura odontoiatrici a carico dei figli, sottoposti a cure con diversi approcci di ansiolisi.

Lo studio ha coinvolto un campione totale di 60 genitori di bambini di età compresa tra 4 e 7 anni, distribuiti in maniera non casuale su 3 diversi gruppi da 20 membri ciascuno. I figli dei membri del gruppo A sono stati sottoposti a trattamento odontoiatrico completo con approccio comportamentale, senza mai ricorrere ad alcune metodica farmacologica di gestione del comportamento. I bambini relativi al gruppo B sono stati gestiti comunque alla poltrona ma previa sedazione cosciente inalatoria con protossido d’azoto (N2O). Il gruppo C ha compreso infine i soggetti i cui figli sono stati indirizzati a riabilitazione dentale in regime di anestesia generale.

Il grado di stress è stato valutato soggettivamente attraverso il questionario Modified Dental Anxiety Stress (MDAS) e oggettivamente mediante la rilevazione della frequenza cardiaca tramite pulsossimetria. Questo secondo criterio ha evidenziato un livello significativamente inferiore nella misurazione preoperatoria nel gruppo di genitori di pazienti non trattati con sedazione o anestesia locale.

In conclusione, lo studio evidenzia l’effetto stressogeno esercitato sul genitore dall’adozione di un regime farmacologico volto, paradossalmente, alla gestione dell’ansia dentale. Da questo punto di vista, può essere pertanto indicata la scelta di metodiche alternative volte a minimizzare il discomfort dell’anestesia locale convenzionale, piuttosto che di metodiche complementari su base farmacologica.

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