Svariati studi scientifici sottolineano l’utilità dell’approccio comportamentale nella gestione del dolore e dell’ansia odontoiatrica, i quali rappresenta due delle limitazioni più forti alla messa in atto dei trattamenti anche più semplici. Tali considerazioni risultano ancora più importanti nell’ambito dell’odontoiatria pediatrica.

L’esperienza comune suggerisce di invitare il paziente a “respirare profondamente” durante le procedure ansiogene (i cosiddetti “trigger”, dei quali l’anestesia iniettiva rappresenta uno degli esempi principali). Può essere però interessante affrontare in maniera metodologica questi aspetti apparentemente banali, di modo da avere i mezzi scientifici utili a valutare il reale impatto nella clinica. È quanto si propone di valutare, per background culturale e probabilmente anche per necessità, un recente lavoro indiano, pubblicato sull’International Journal of Paediatric Dentistry.

Lo studio è stato allestito come trial clinico caso-controllo e ha coinvolto un totale di 66 bambini di età compresa tra i 7 e gli 11 anni. Il gruppo caso è stato sottoposto a una tecnica di rilassamento detto “bubble breath”, che consiste in un esercizio di respirazione profonda. Tale tecnica di distrazione è già stata sperimentata con successo nel soggetto pediatrico corso di procedure quali vaccinazioni o asportazione di verruche tramite crioterapia. Il bubble breath rappresenta peraltro una forma di “play therapy”, ovvero una tecnica psicologica di comunicazione basata sulla presentazione di una situazione in forma di gioco, valida già nella prima parte dell’infanzia. Il dato dolorifico soggettivamente riportato, valutato statisticamente tramite test di Wilcoxon-Mann-Whitney, e anche quello misurato per via osservazionale (con scala FLACC), sottoposto a test del chi quadrato, è risultato significativamente inferiore nel gruppo caso rispetto al controllo. Valutando il processo, gli autori evidenziano come il bubble breath prevenga la normale tendenza a trattenere il fiato alla prima stimolazione dolorifica: sarebbe questo il meccanismo capace di bloccare il successivo incremento del sintomo.

Lo studio a cui si fa riferimento è il primo a sperimentare il bubble breath in ambito odontoiatrico.

I risultati riguardanti l’ansia odontoiatrica (misurati tramite la Facial Image Scale e il monitoraggio della frequenza cardiaca) e quelli riferiti al dato comportamentale (Behavior Rating Scale secondo Frankl) non sono invece supportati dalla significatività statistica. Gli autori valutano quindi la tecnica specificamente indagata (ovvero il bubble breath) come non prettamente efficace ai fini della gestione dell’ansia.

In conclusione, è importante rimarcare le numerose evidenze che, per efficacia, supportano la messa in atto in via ordinata e sistematica di metodiche comportamentali di rilassamento e distrazione. Queste sono ampiamente documentate anche da altri articoli presenti su queste stesse pagine.

 

 

 

 

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