La pandemia globale causata dal virus SARS-CoV-2 rappresenta un severo warning sui rischi di infezioni crociate nell’ambiente sanitario, compreso quello dello studio odontoiatrico. Gli operatori di questo settore sono, infatti, tra i più esposti in assoluto al contatto con droplet (carrier del virus), diffuse dagli aerosol nel corso di molte fra le più comuni procedure dentali. Strumenti come manipoli rotanti, scaler ultrasonici e siringhe aria/acqua sono in grado di generare aerosol.

In particolare, i professionisti maggiormente a rischio sono rappresentati dagli igienisti dentali, seguiti dai chirurghi orali e maxillofacciali, dagli assistenti di studio odontoiatrico e dai dentisti generalisti. Discorso a parte, sempre limitandosi all’ambito dentale, meritano gli anestesisti.

Seppur con differenze anche notevoli da paese a paese, infatti, quelle condotte da in regime di sedazione o di anestesia generale costituiscono una quota rilevante delle procedure odontoiatriche, soprattutto nel caso di pazienti pediatrici e/o affetti da disabilità. Da questo punto di vista, sono a rischio procedure come intubazione-estubazione, ventilazione manuale e aspirazione tracheale, oltre a ulteriori fonti di aerosol, come gli episodi improvvisi di tosse e conati di vomito.

Recentemente, uno studio pilota, condotto da un gruppo di lavoro canadese e pubblicato su Anesthesia Progress, si è proposto di quantificare lo splatter che si genera nel contesto citato, per azione degli strumenti o direttamente da parte del paziente.

Gli sperimentatori hanno utilizzato un gel contenente particelle di resina melaminica delle dimensioni di 1-5 µm, compatibili con quelle delle micro-goccioline aerotrasmesse. Il prodotto ha la caratteristica di assumere una colorazione blu se esposto ai raggi UV.

Lo studio consiste nella simulazione di un intervento odontoiatrico: il setup prevedeva l’utilizzo di un manichino dotato di un modello dentale, analogo a quelli utilizzati dagli studenti di odontoiatria. 1 g del prodotto è stato miscelato a 5 mL di acqua e applicato al modello. Due operatori, un odontoiatra e un assistente, rispettivamente posizionati a ore 9 e ore 3 rispetto al “paziente” ed equipaggiati con camice a maniche corte, occhiali, mascherine chirurgiche (di livello 3 secondo l’American Society for Testing and Materials) hanno simulato 3 diverse procedure in grado di generare aerosol. Un manipolo ad alta velocità è stato attivato per 60 secondi, uno scaler a ultrasuoni per 120 secondi e una siringa aria/acqua per 3 secondi. In tutti i casi è stata impiegata aspirazione continua ad alto volume. I tempi sono stati volutamente ridotti di molto rispetto a quelli realistici per un trattamento.

La presenza del prodotto è stata verificata dopo ogni trattamento simulato: lo splatter ha raggiunto volto, corpo, arti superiori e inferiori di entrambi gli operatori.

È stato simulato anche un colpo di tosse, mediante l’uso di un ventilatore, in grado di espellere, in mezzo secondo, al volume di 1 L, un quantitavo di soluzione pari alla metà di quella posizionata sul modello (0.5 g in 2.5 mL).

In questo caso, è stata verificata una diffusione ancora più ampia, essendo stata riconosciuta contaminazione anche a livello della parte superiore del capo, delle scarpe e, addirittura, sul lato posteriore.

In conclusione, lo studio evidenzia la necessità di completa protezione degli operatori dentali in tutti i trattamenti soggetti alla produzione di aerosol. Ulteriore attenzione deve essere posta nel caso delle procedure condotte in regime di sedazione o anestesia generale e soggette al rischio di colpi di tosse improvvisi e incontrollati.

Riferimenti bibliografici

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/32556161/

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