I protocolli in chirurgia implantare ha raggiunto alti livelli di sicurezza e ripetibilità e sono, pertanto, parte della routine clinica di qualsiasi struttura odontoiatrica. Proprio in ragione di ciò, un obiettivo di miglioramento consiste nel controllo delle piccole problematica che ancora possono essere normalmente incontrate nella pratica quotidiana.

Ad esempio, è del tutto normale che, a margine di un intervento di chirurgia implantare, il paziente vada incontro a complicanze quali dolore e gonfiore. Si tratta di sintomi correlati, ad andamento all’incirca parallelo, la cui gravità è direttamente dipendente dal danno subito dai tessuti. Il sintomo dolorifico è generalmente lieve o moderato e tocca il suo massimo il giorno stesso dell’intervento. I tessuti vanno incontro a gonfiore lieve (può essere più importante a seguito di interventi come rialzo di seno mascellare con posizionamento di sostituto osseo).

Diversi autori si sono chiesti se tali conseguenze siano correlate anche a fattori legati al paziente, come età o sesso, con particolare interesse per quelli modificabili (ad esempio l’abitudine al fumo).

Alcuni anni fa, il gruppo di lavoro di Mariano Sánchez‐Siles si è domandato se vi potesse essere una correlazione con i farmaci anestetici locali, fondamentali ai fini del successo dell’intervento, ma potenzialmente soggetti a uso eccessivo, anche in ragione della soglia di tossicità normalmente elevata e delle poche complicanze dirette.

L’indagine è stata allestita come studio prospettico comprendente un pool di 100 pazienti (55 maschi e 45 femmine) di età compresa fra 19 e 80 anni. Ciascuno è stato trattato con l’inserimento di un impianto singolo della stessa tipologia (diametri della connessione interna variabili tra 3.6 e 5.4 mm e lunghezze tra 10 e 14 mm), con un intervento condotto da un unico chirurgo secondo lo stesso protocollo – incisione in cresta senza scarichi (releasing incisions), drilling, due punti di sutura.

Per quanto riguarda il pretrattamento anestesiologico, i pazienti sono stati assegnati a uno dei due gruppi equinumerici: il gruppo A ha ricevuto 0.9 mL, corrispondenti a mezza tubofiala, di articaina; il gruppo B ha ricevuto invece 7.2 mL, corrispondenti a quattro tubofiale, della stessa soluzione.

I pazienti sono stati tutti sottoposti a copertura antibiotica (amoxicillina 500 mg, 3 volte al giorno per 6 giorni) ed è stato loro prescritto su richiesta un antinfiammatorio (ibuprofene 600 mg).

Ciascun paziente ha compilato il questionario Corah® sull’ansia odontoiatrica prima dell’intervento, una valutazione del dolore intraoperatorio tramite visual analog scale (VAS) subito dopo, e ha quindi valutato autonomamente dolore e gonfiore a 2, 6 e 12 ore il giorno stesso, poi quotidiamente fino a una settimana. Al termine del periodo postoperatorio, è stato sottoposto un questionario che valutasse la soddisfazione complessiva.

A conferma delle aspettative degli sperimentatori, i due gruppi hanno mostrato un pain score intraoperatorio simile, mentre un discomfort significativamente superiore è stato riportato dai pazienti del gruppo B per tutti i 7 giorni di monitoraggio postoperatorio.

In conclusione, si può affermare che una somministrazione di un volume eccessivo di soluzione anestetica locale in chirurgia implantare sia in grado di aumentare il dolore postoperatorio, senza peraltro portare benefici ai fini del controllo del dolore intraoperatorio. Sarà utile per il clinico avvalersi di strumenti in grado di monitorare e, possibilmente, ridurre il quantitativo di farmaco da utilizzare.

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