L’ansia dentale rappresenta una ben definita condizione clinica in grado di interferire con i più semplici trattamenti odontoiatrici. In questo senso, quella pediatrica rappresenta la fascia di popolazione più a rischio. In realtà, determinati stimoli odontoiatrici sono in grado, in alcuni casi, di estremizzare i comportamenti dell’individuo, i quali possono diventare assai inappropriati, se non propriamente distruttivi.

Molti autori osservano come l’ansia dentale, in molti casi, non venga attivata da trigger diretti, bensì da stimoli visivi o rumorosi tipici dell’ambulatorio odontoiatrica.

D’altra parte è però innegabile come, in molti casi, sia il dolore a scatenare un comportamento problematico. Peraltro non si parla di problematiche isolate ma di eventi che possono presentarsi sistematicamente: secondo quanto riportato da Nakai, più di un bambino su 10 è in grado di riportare una storia personale di dolore dentale intraoperatorio. Sul versante opposto, valutando una settimana lavorativa, Kaufman ha osservato come anche un dentista su 10 incontri almeno un fallimento anestesiologico tale da portare alla discontinuazione del trattamento. I tassi di insuccesso riportati in letteratura variano a seconda della tecnica anestetica e anche del sito bersaglio e delle condizioni cliniche (ad esempio in presenza di pulpite). Molari (decidui e permanenti) e incisivi superiori sono in questo senso siti critici. Le procedure di anestesia intraligamentosa, i blocchi nervosi buccale, alveolare superiore posteriore, palatino maggiore e del canale incisivo sono particolarmente indicate per essere gestite tramite anestesia computer-guidata.

Pare pertanto un prerequisito imprescindibile garantire al paziente pediatrico un regime anestesiologico adeguato. Misure più complesse, come ad esempio l’anestesia generale, secondo questa logica, andrebbero viste come una seconda scelta, se non una vera e propria extrema ratio indicata per la gestione di casi particolarmente complessi.

A questo proposito, un gruppo di lavoro israeliano, in un articolo recentemente pubblicato su International Journal of Clinical Pediatric Dentistry, ha condiviso un piccolo case series. Gli autori hanno illustrato un totale di 6 casi di soggetti pediatrici, inviati al completamento dei rispettivi piani di cura odontoiatrici in regime di anestesia generale, giunti in osservazione per una seconda opinione. Tutti i pazienti avevano manifestato comportamenti distruttivi.

Dalla rivalutazione è emersa la mancata responsività di tutti i pazienti a tecniche comuni di anestesia locale. In tutti i casi è stato possibile evitare l’anestesia generale adottando approcci diversi atti a incrementare l’efficacia dell’anestesia locale: in tre casi è stata impiegata un’anestesia supplementare, in altri due è stato effettuato un cambio di molecola anestetica e, nel caso restante, la stessa molecola è stata impiegata al massimo dosaggio. Va sottolineato come in tutti i casi la semplice impostazione di un regime di anestesia locale adeguato sia stato sufficiente a ottenere la piena collaborazione da parte dei pazienti.

Riferimenti bibiliografici

Malka A, Maya G. Pain-related Disruptive Behavior during Dental Treatment Interpreted as Uncooperative Behavior—Small Case Series. Int J Clin Pediatr Dent 2019;12(4):347–351.

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