L’esperienza dolorifica costituisce senza dubbio uno dei fattori che influenzano il successo di un trattamento odontoiatrico. Grazie alle metodiche anestesiologiche, in realtà, è possibile prevenire l’effettiva comparsa di una sintomatologia algica in tutti quegli interventi in cui questa sia verosimilmente attesa. Ecco dunque che in molti casi il clinico si trova a dover gestire l’aspetto emotivo legato all’attesa del dolore. Si può immaginare come tali sensazioni siano amplificate nel paziente pediatrico. Non tutti i bambini reagiscono allo stesso modo alle stimolazioni dolorifiche e, anzi, uno stesso paziente può porsi in maniera del tutto diversa in base al contesto.

I bambini più piccoli, ovviamente, incanalano la gran parte delle sensazioni spiacevoli – dall’aspettativa al timore fino all’effettivo stimolo dolorifico – nell’output unico del pianto.

Bambini e tecniche per la gestione dell’esperienza dolorifica

Crescendo, i bambini hanno maggiori possibilità di comprendere le basi del trattamento a cui andranno incontro: l’approccio “tell, show, do” da parte dell’odontoiatra risulterà pertanto più attuabile e verosimilmente più efficace nel prevenire le paure legate semplicemente alla novità e alla particolarità dell’ambiente. Contemporaneamente, il paziente avrà acquisito anche mezzi più complessi nella gestione dello stress. I mezzi di evasione, dal pianto-fuga, diventeranno più raffinati: il bambino può condurre ad esempio il clinico e gli altri caregiver (in primis i genitori) sulla via della discussione o della negoziazione. Dall’altra parte, però, questi stessi mezzi possono essere sfruttati in senso positivo nel convincimento del paziente. È il caso del coping, ovvero le strategie cognitive e comportamentali messe in atto nella gestione delle condizioni di stress. La più basilare strategia di coping, non a caso, è proprio quella dell’evitamento, soprattutto in un contesto come quello odontoiatrico, in cui difficilmente il bambino avrà modelli pregressi a cui attingere. Un esempio positivo è invece quello del paziente che, vedendo il genitore non spaventato dall’idea del doversi sottoporre all’anestesia, si mostra a sua volta ugualmente tranquillo. In questo senso anche il pianto, dunque il comportamento dei bambini più piccoli, va interpretato come una misura di coping, una via, paradossalmente, atta a mantenere il controllo della situazione stressogena più che la risposta a una reale esperienza dolorifica.

Nel caso del bambino più grande, invece, è solitamente più semplice distinguere la paura dal coping, perché si potrà direttamente interpellare il paziente chiedendogli quali siano le reali aspettative legate al trattamento. L’odontoiatra potrà allora istruire il paziente sui momenti in cui gli sarà richiesta maggiore concentrazione oppure attiva collaborazione e insegnargli le tecniche basilari di rilassamento.

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