Il paziente cardiopatico è un’evenienza frequente nello studio odontoiatrico. Le patologie dell’apparato cardiovascolare costituiscono la principale causa di morte nel mondo industrializzato e rappresentano una voce pesante nell’economia sanitaria di tutti i paesi che ne fanno parte. I progressi nel trattamento delle condizioni croniche di patologia ha contribuito sensibilmente all’allungamento della vita media della popolazione. È pertanto comune per l’odontoiatra trovarsi a trattare un paziente anziano, con una storia di patologia cardiovascolare cronica (ad esempio con ipertensione arteriosa o forme aritmiche), eventuali episodi acuti, in terapia farmacologico per tali condizioni. Il primo approccio in tali casi consiste in una valutazione incrociata di tipo anamnestico-clinico, in altre parole soppesare il rischio medico rispetto al trauma operatorio, ricavandone così una stima del rischio perioperatorio. Il paziente potrà essere distinto come a rischio ridotto (equiparabile nella sostanza al paziente sano), moderato o elevato in base al grado di compenso, mentre il trauma operatorio vede in primo luogo la distinzione tra trattamenti chirurgici e non, e l’ulteriore classificazione dei due fra semplici, complessi, estesi.

Per quanto riguarda il farmaco anestetico in sé, non sussistono indicazioni particolari riguardanti il paziente a rischio cardiovascolare. Si raccomanda di seguire le procedure volte a prevenire il rischio di sovradosaggio: aspirare prima della somministrazione, evitare l’uso di vasocostrittore durante l’esecuzione dell’anestesia del nervo alveolare inferiore, iniettare lentamente e lontano dalle zone infiammate. La presenza del vasocostrittore ha un effetto di rallentamento dell’assorbimento plasmatico e può prevenire il rischio di effetti da accumulo.

Il vasocostrittore nella fiala di anestetico nel paziente cardiopatico

L’uso del vasocostrittore, poi, è utile al fine di potenziare l’efficacia della molecola anestetica. Paradossalmente, l’impiego di un agente vasocostrittore, ovvero l’adrenalina, può contribuire alla prevenzione del rilascio endogeno di adrenalina. Qualsiasi intervento è in grado di indurre un certo grado di stress, quandi tachicardia e aumento dei valori pressori anche in pazienti non a rischio. Questo aspetto è ampiamente dibattuto in Letteratura e in questo senso va precisato che non esistono protocolli uniformi, vista l’importanza della valutazione clinica del rischio perioperatorio. Dall’altra parte, infatti, è lo stesso vasocostrittore ad aumentare il rischio di crisi ipertensiva. La maggior parte dei protocolli, comunque, concorda nell’affermare che un totale di 0.036 mg di adrenalina – che corrisponde a 2 tubofiale di lidocaina 2% con vasocostrittore 1:100000 o equivalente – risulta tollerabile per un paziente cardiopatico a rischio moderato, compensando il rischio determinato dalla presenza del vasocostrittore con quello determinato dallo stress causato da un’insufficiente azione anestetica. Alcune fonti arrivano fino a 3 tubofiale. Il vasocostrittore viene invece evitato nei soggetti a rischio elevato. I casi più complessi, ad esempio quelli di pazienti con eventi cardiaci recenti in anamnesi, se non procrastinabili, vengono valutati in collaborazione con il cardiologo curante ed eventualmente demandati al trattamento in ambiente protetto.

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