La tecnica convenzionale di blocco nervoso alveolare inferiore rimane ad oggi la tecnica più utilizzata nell’approccio alle sedi posteriori dell’arcata mandibolare. Al fine di ridurre il tasso di insuccessi attestabile intorno al 20% con picchi del 35-45, rendendo così maggiormente predicibile la metodica, sono state proposte diverse correzioni procedurali.

Nel 2013 Chakranarayan e Mukherjee descrissero una procedura, denominata arched needle technique. Questa mantiene il sito bersaglio della tecnica convenzionale, ovvero lo spazio pterigomandibolare. La modifica apportata consiste nell’approccio alla superficie mediale del ramo mandibolare, che avviene non attraverso un angolo incidentale, bensì tramite un praticamente perpendicolare. Ciò risulta possibile effettuando una piegatura dell’ago secondo un criterio preciso.

Blocco nervo alveolare inferiore nei terzi molari inferiori inclusi

L’autore ha sperimentato la tecnica su un totale di 100 pazienti indirizzati all’estrazione di un terzo molare inferiore incluso.

La procedura anestetica prevede il posizionamento dello schienale del riunito a un angolo di circa 30 gradi, con il medico che si pone a ore 8 per il lato di destra e a ore 11 per quello di sinistra (indicazioni per operatore destrorso). Viene raccomandato l’impiego di un ago lungo (25 mm) 27 gauge. Vengono mantenuti i reperi anatomici della tecnica classica, rispetto alla quale il sito di inserimento viene leggermente distalizzato. Una volta inserito per 4-5 mm, l’ago viene piegato in direzione posteromediale: in altre parole, con la concavità rivolta verso il ramo mandibolare. Questa angolatura, che come detto permette l’accesso perpendicolare allo spazion pterigomandibolare, viene mantenuta fino al contatto con il periostio. Dopo una leggera retrazione e la prova di aspirazione, viene somministra 1.5 cc di soluzione anestetica, lasciando il residuo della tubofiala per l’anestesia del nervo buccale lungo.

Il success rate ritrovato dagli autori – tale valutazione risulta del tutto analoga a quella prevista per la tecnica convenzionale – risulta pari al 98%, con l’effetto anestesiologico che si è manifestato nel giro di 3-5 minuti. Gli autori hanno inoltre riferito le seguenti problematiche operative, tutte corrette: 4 aspirazioni ematiche minimali, 5 casi di contatto precoce con l’osso e, al contrario, 2 casi di profondità insufficiente.

Bhargava, in un suo intervento dello stesso 2013 su Journal of Oral and Maxillofacial Surgery obiettava come la scelta di piegare l’ago, peraltro a mano libera, potesse essere poco sicura: da questo punto di vista, il gruppo che introdotto la tecnica aveva effettuato una preventiva sperimentazione in vitro, osservando un mancato incremento del rischio di rottura dell’ago. Del resto, lo stesso Bhargava indica nel blocco alveolare inferiore la metodica maggiormente a rischio per quanto concerne tale complicanza, che rimane in ogni caso estremamente infrequente.

Questo aspetto rappresenta comunque la principale criticità della metodica, probabilmente non per il rischio effettivo, quanto per il fatto di mantenere un elemento di dipendenza dall’operatore.

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