Gli anestetici locali sono farmaci che vengono depositati direttame in prossimità delle fibre nervose target (appunto in sede locale) e agiscono bloccando i canali del sodio intercalati sul tragitto degli assoni neuronali. Ciò inibisce la trasmissione dell’informazione da tutto ciò che si trova prossimalmente, ad esempio la polpa di tutti gli elementi dentari di un’emiarcata.

Come già considerato in lavori precedenti, il pH ha ruolo molto importante nella farmacodinamica degli anestetici locali. Gli anestetici locali odontoiatrici sono commercializzati nella forma della tubofiala da 1.8 mL. Il pH della soluzione anestetica ivi contenuta è posto a un livello di acidità 1000 volte superiore a quello fisiologico (4.5) al fine di prolungare la conservazione del prodotto.

La molecola farmacologica è presente nella tubofiala in una forma cationica idrosolubile (RNH+) e in una deionizzata liposolubile (RN). Quest’ultima è la sola a essere in grado di attraversare le membrane. L’effettiva azione sui canali richiede invece nuovamente la forma cationica.

Il rapporto fra forma base e forma ionizzata è legata alla costante di dissociazione (pKa) del composto, la quale rappresenta una misura dell’affinità agli ioni idrogeno. Quando la pKa si trova alla pari del pH, anche le due forme si trovano in equilibrio al 50%. La relazione tra pH e pKa viene espressa dall’equazione di Henderson‐Hasselbalch. In un ambiente acido, come quello della tubofiala, si osserva invece un forte disequilibrio in favore della forma ionizzata. L’interazione con la fibra nervosa viene pertanto mediata dall’azione dei sistemi tampone dell’organismo: questo conduce a un prolungamento dell’onset time. Nel caso poi di ambiente tissutale acido, tipicamente in corso di infiammazione, il processo viene ulteriormente ostacolato.

L’acidità della soluzione sarebbe correlata anche a un altro discomfort, ossia la tipica sensazione urente che si accompagna alla somministrazione del farmaco.

Su queste basi, diversi studi hanno suggerito di agire sul pH della soluzione, tipicamente aggiungendo del bicarbonato di sodio (in rapporto di 1 mL ogni 9 mL di soluzione) appena prima della somministrazione: il tamponamento porterebbe a una riduzione della latenza e anche del bruciore percepito dal paziente.

Alcuni studi sostengono poi che la CO2 liberata dalla reazione indotta dall’aggiunta del bicarbonato andrebbe addirittura a potenziare l’azione della molecola, attraverso 3 distinti meccanismi: azione diretta sul nervo, concentrazione della molecola e riduzione del pH locale (come detto, la molecola deionizzata dev’essere riconvertita in forma ionizzata).

Recentemente, Kattan e colleghi si sono chiesti se il tamponamento possa rappresentare una metodica efficace nel quadro più sfavorevole all’onset dell’anestesia, ovvero l’infiammazione della polpa.

Gli autori hanno operato una revisione sistematica della letteratura, aggiornata a fine 2016 (e interessante i 10 anni precedenti) e pubblicata a inizio 2019 sulla rivista della American Dental Association (JADA).

La valutazione finale ha riguardato 5 trial clinici randomizzati e ha stabilito la maggiore efficacia dell’anestesia locale tamponata rispetto a quella non tamponata, sugli elementi dentari dell’arcata superiore o inferiore, con coinvolgimento pulpare. È stato definito anche un likelihood ratio pari a 2.29: ciò significa che la probabilità di raggiungere un’anestesia efficace raddoppia con l’aggiunta del tampone.

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