Lo sviluppo di protocolli ripetibili e anche l’introduzione di nuovi strumenti e prodotti ha negli ultimi anni portato ha un importante miglioramento nella prognosi del paziente parodontale. Una volta inquadrato il soggetto, si prevede un doppio approccio, educazionale (istruzione all’igiene orale domiciliare) e clinico. Questo secondo è rappresentato in prima battuta dalla cosiddetta terapia causale, che corrisponde alla levigatura radicolare (scaling e root planing) dei siti parodontali. Si tratta di un’azione igienizzante di tipo meccanico che, certo, ha beneficiato delle sopracitate nuove sistematiche – ad esempio punte ultrasoniche specificamente disegnate – ma che comunque può facilmente indurre una sintomatologia dolorosa in grado di interferire con il corretto svolgimento della procedura stessa. In effetti, alcuni studi riferiscono che nel 40% tale sintomatologia richiede l’effettuazione dell’anestesia locale. D’altra parte, ciò può portare a problematiche che gli odontoiatri ben conoscono, correlate con l’agofobia. Dati presenti in letteratura riferiscono che il 18% ha molta paura degli aghi, valore che diventa il 31% se si parla di paura moderata. Numeri che non possono essere sottovalutati parlando di una terapia che esige la massima fidelizzazione del paziente. Il caso italiano risulta peraltro ulteriormente complicato dal punto di vista legislativo, dato che la terapia causale rientra tra le normali competenze dell’igienista dentale.

Mantenendo comunque l’attenzione su quanto disponibile nella letteratura internazionale, è ovvio che diversi studi abbiano indagato le possibilità offerte da metodiche anestetiche alternative.

L’anestesia in parodontologia non chirurgica

Da una parte, quei casi giudicati “non aggirabili”, in cui cioè i sintomi di sensibilità sono tali da obbligare a procedere previa anestesia locale, un’opzione percorribile è costituita dall’impiego della metodica anestetica computer-guidata, la quale si rivolge espressamente ai quei pazienti che con la tecnica iniettiva tradizionale. Le due metodiche si basano comunque su razionali completamente diversi.

Dall’altra parte, si considerino tutti quei casi che vengono inizialmente approcciati senza metodiche di anestesia locale. Il clinico può invece scegliere di attuare una medicazione preoperatoria attraverso le tecniche topiche e sulculari. Il prodotto a uso topico maggiormente diffuso in Italia è probabilmente la lidocaina spray, mentre i lavori stranieri si avvalgono di una gamma più ampia di sistemi: lidocaina+prilocaina al 5% in crema (EMLA), in gel (Oraqix) e addirittura un cerotto transmucoso contenente lidocaina al 10 e 20%. L’efficacia di questi prodotti risulta superiore rispetto al placebo nella terapia causale e anche nel sondaggio, come stabilito dalla revisione sistematica di Wambier e colleghi. Un recente studio brasiliano, poi, indica dei dati molto positivi nel raffronto tra EMLA e anestesia locale.

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