Gli elementi della regione incisale inferiore, posti cioè prossimalmente al sito del foro mentoniero, vengono comunemente approcciati con una metodica anestesiologica semplificata, che prevede solitamente una singola iniezione a livello del fornice, soprattutto nel caso di interventi clinici di tipo conservativo (restauri, terapie canalari).

Nel caso in cui sia necessario assicurare una più efficace anestesia, non tanto sulla polpa, quanto a ridosso di parodonto e tessuti molli della zona linguale – si faccia riferimento a un intervento estrattivo – viene di norma addizionata una somministrazione supplementare, appunto, in sede linguale.

Nel caso del paziente anziano o comunque di un soggetto con un deperimento diffuso, legato alla patologia cariosa e a quella parodontale, è abbastanza frequente dover approcciare la regione frontale inferiore con interventi di bonifica: in questi casi, a maggior ragione, è fondamentale assicurare il più valido regime di controllo del dolore, al fine di non rendere nel complesso indaginosa una serie di interventi tendenzialmente non impegnativi.

L’iniezione intraligamentosa è largamente conosciuta come tecnica adiuvante, anche se in realtà gli studi attuali la indicano come una metodica alternativa, in molti casi, alla classica infiltrazione sovraperiostale.

Nel caso di interventi estrattivi singoli o multipli interessanti la regione incisale inferiore, pertanto, pare doveroso domandarsi se la metodica suppletiva per via intraligamentosa sia da preferire a quella convenzionale. È quanto Abdulrazaq si è proposto di indagare nel corso di un semplice trial clinico, recentemente pubblicato su Oral and Maxillofacial Surgery.

Lo studio ha coinvolto un totale di 24 pazienti, ciascuno indirizzato all’estrazione di due elementi anteriori inferiori, da canino a canino e non adiacenti. Sono stati, dunque, estratti 48 elementi complessivamente, sempre per mano di uno stesso operatore.

Il farmaco impiegato è stato lo stesso in tutti i casi, così come la prima fase dell’anestesia, costituita appunto da un’infiltrazione sovraperiostale. Il pretrattamento per via topica è stato evitato. Secondo un disegno che potrebbe essere definito split-mouth, ciascun paziente ha ricevuto un’infiltrazione supplementare linguale secondo tecnica convenzionale su di un dente e un’iniezione intraligamentosa sull’altro. In nessun caso si è resa necessaria un’ulteriore somministrazione al fine di portare a termine il trattamento.

Il dato del dolore, che per esperienza comune è un aspetto delicato dell’infiltrazione linguale, e che qui è stato indagato tramite scala analogico-visiva (VAS), non ha fornito differenze significative.

Al contrario, risulta stasticamente significativa la frequenza di eventi di sanguinamento durante l’inserimento dell’ago: 8.3% dei casi durante la procedura intraligamentosa, a fronte del 33.3% della tecnica convenzionale. A fronte di questo vantaggio, la tecnica intraligamentosa risulta contemplabile, se non consigliabile in questi casi, contando che si tratta frequentemente pazienti fragili e di approccio complesso.

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