La terapia parodontale, anche quella non chirurgica, può causare sintomatologia dolorosa e quindi necessitare di una valida anestesia; vista però l’estensione dell’area di trattamento sono state valutate metodiche alternative alla convenzionale anestesia plessica. Nella sua pratica clinica quotidiana, l’odontoiatra affronta complessivamente due blocchi principali di patologia: la carie e la malattia parodontale. Per quanto riguarda la seconda, nel corso degli anni sono stati codificati protocolli diagnostici e operativi precisi, ripetibili e predicibili. L’approccio di partenza, una volta accertato il quadro e la gravità della patologia, è rappresentato dalla terapia causale, ovvero scaling e root planing (levigatura radicolare). Questa terapia di base è anche la più efficace ed è quindi irrinunciabile in questo tipo di pazienti: non è inoltre possibile effettuare trattamenti più complessi (chirurgie parodontali) su di un substrato non ricettivo, ovvero senza l’abbattimento preventivo di gran parte della carica batterica e la riduzione del quadro infiammatorio.

Terapie parodontali e anestesia locale

D’altra parte, la levigatura è una pratica potenzialmente molto fastidiosa, se non francamente dolorosa, per il paziente. Ecco dunque che nel 40% dei casi, secondo quanto riferiscono gli Autori, si rende necessaria l’effettuazione dell’anestesia locale per alleviare il dolore. Dall’altra parte, l’anestesia iniettiva – in questo caso si intende tipicamente quella per via plessica – può a sua volta comportare problematiche di varia natura. Da quelle connesse con la somministrazione di un farmaco, ai disturbi psicologici (sempre secondo dati recenti, il 31% dei pazienti avrebbe almeno un moderato timore dell’ago e il 18% una vera e propria agofobia), al discomfort postoperatorio – disturbi nell’eloquio, drooling salivare e altro: spesso è necessario anestetizzare aree ampie di arcata con interessamento del labbro.

Più semplicemente, la manovra del charting, ovvero il sondaggio di tutti i siti parodontali, può essere a sua volta dolorosa (dal 15 fino al 77% dei casi nei pazienti parodontali), ma difficilmente può giustificare la somministrazione di anestetico locale.

Ecco dunque che in Letteratura sono state indagate le vie alternative per ridurre il dolore nell’ambito di queste semplici manovre parodontologiche. La risposta consiste o nell’impiego dell’anestesia locale attraverso una via di somministrazione più amichevole, oppure nella completa abolizione dell’ago. Questa seconda opzione configura l’anestesia topica, usata qui non per ridurre il fastidio dell’ago. Sono disponibili infatti dei gel anestetici (lidocaina al 5%, benzocaina al 20%) a somministrazione intrasulculare. Questa metodica, che causa pochissimo disagio al paziente, viene definita intra-pocket anesthesia. Per definizione, l’effetto anestetico sarà ridotto rispetto all’anestesia locale: è contenuto ai tessuti molli e inefficace sull’ipersensibilità dentinale e tantomeno sul dolore pulpare. Ciò detto, può comunque risultare sufficiente a condurre il trattamento. Esperienze cliniche come quella di Chintala e colleghi, poi, certificano come tale opzione sia quantomeno comparabile con la somministrazione plessica.

 

Privacy Policy